Aggressività

Nella nostra esperienza di psicoterapeuti incontriamo sempre più frequentemente situazioni conflittuali in cui i genitori si sentono impotenti di fronte alla violenza e ai comportamenti oppositivi dei propri figli

  • un ragazzo spintona la mamma di fronte ad un rifiuto,
  • una tredicenne lancia il computer contro la porta,
  • un bambino insulta e umilia ripetutamente la sorellina,
  • un ragazzo tira un pugno al padre che voleva impedirgli di uscire,
  • un’adolescente esce di casa senza rispettare gli orari prestabiliti e senza raccontare dove sia stata e con chi.

Queste richieste d’aiuto sono sempre caratterizzate dal bisogno di una risposta immediata e risolutiva: i genitori sono molto provati, si sentono confusi e disorientati, sembrano aver perso qualsiasi speranza di cambiamento.

Le situazioni descritte rischiano di determinare vere e proprie lotte tra genitori e figli, innescando un’escalation di risposte conflittuali con conseguenti agiti aggressivi.

Come essere presenti senza alimentare situazioni esplosive, senza cadere in comportamenti che acutizzano le reazioni dei ragazzi? D’altro canto, come evitare la resa incondizionata di fronte ai loro agiti violenti?

“Quando abbiamo iniziato il percorso stavamo vivendo una situazione in cui i momenti di crisi di Lucia erano esplosivi: lanciava oggetti contro di me, tirava calci alle porte, mi insultava e io o mi mettevo a piangere di nascosto oppure le tiravo sberle, urlavo e l’aggredivo. Questo mi faceva stare male e le crisi duravano per molte ore, lasciando un senso di malessere generale per tutti. Oggi non è più così. Riesco a non farmi trascinare nel vortice della sua rabbia, a rimanere calma, a rimandare in un secondo momento più favorevole una mia risposta. Questo ha avuto l’effetto di far diminuire sia come intensità, ma soprattutto come durata, le reazioni di Lucia. In breve tempo, lei riesce a recuperare la calma ed è possibile parlare con lei di quanto accaduto.”
Elena, mamma di Lucia (14 anni)

“Nostro figlio usciva di casa tutte le sere, senza dirci dove stava e con chi, anche se noi sapevamo che ormai frequentava brutte compagnie. Rientrava molto tardi o anche al mattino dopo, non rispondeva alle nostre chiamate e al ritorno si rifiutava di darci una spiegazione. Non sapevamo come comportarci e lo aspettavamo tutta la notte con l’angoscia. Non ne parlavamo con le persone a noi vicine, perché temevamo il loro giudizio. Con il percorso svolto insieme agli psicologi, abbiamo capito l’importanza di non essere soli e siamo riusciti ad attivare una rete di persone che potesse supportarci. Un nostro amico di famiglia, che per lui è sempre stato un riferimento, ha iniziato ad aiutarci e a chiamarlo al telefono durante queste nottate; allo stesso modo uno zio che abita in un’altra città lo contattava nei giorni successivi per assicurarsi che stesse bene, facendogli presente la nostra preoccupazione e il nostro dispiacere rispetto a questi comportamenti. Non ci siamo più sentiti soli e nostro figlio ha poco per volta iniziato a rispondere al telefono, a rientrare ad orari normali e a farci conoscere meglio i suoi amici.”
Lorenzo, papà di Alessandro (7 anni)

“Nostro figlio usciva di casa tutte le sere, senza dirci dove stava e con chi, anche se noi sapevamo che ormai frequentava brutte compagnie. Rientrava molto tardi o anche al mattino dopo, non rispondeva alle nostre chiamate e al ritorno si rifiutava di darci una spiegazione. Non sapevamo come comportarci e lo aspettavamo tutta la notte con l’angoscia. Non ne parlavamo con le persone a noi vicine, perché temevamo il loro giudizio. Con il percorso svolto insieme agli psicologi, abbiamo capito l’importanza di non essere soli e siamo riusciti ad attivare una rete di persone che potesse supportarci. Un nostro amico di famiglia, che per lui è sempre stato un riferimento, ha iniziato ad aiutarci e a chiamarlo al telefono durante queste nottate; allo stesso modo uno zio che abita in un’altra città lo contattava nei giorni successivi per assicurarsi che stesse bene, facendogli presente la nostra preoccupazione e il nostro dispiacere rispetto a questi comportamenti. Non ci siamo più sentiti soli e nostro figlio ha poco per volta iniziato a rispondere al telefono, a rientrare ad orari normali e a farci conoscere meglio i suoi amici.”
Andrea e Francesca, genitori di Paolo (16 anni)

I principi clinici dell’NVR

I principi clinici dell’NVR si basano sulla pratica socio-politica della Resistenza Non Violenta, che persegue il raggiungimento di obiettivi attraverso metodi non violenti. NVR attinge agli approcci utilizzati da questa dottrina per sviluppare interventi mirati a contenere i comportamenti violenti o autodistruttivi messi in atto da bambini, adolescenti e giovani adulti.

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